CHIARA BURATTI – Intervista esclusiva
Attrice, giornalista e conduttrice
Chiara Buratti è immersa nel mondo dello spettacolo a 360°. Quando la incontri, dai suoi occhi traspare la forza di una donna autentica, che ha dovuto affrontare diverse vicissitudini e ha trovato la determinazione per reagire.
Il presente la vede impegnata in numerosi progetti. A partire da quello letterario con Io dico, volume che restituisce la voce e l’anima di Giorgio Faletti attraverso testi poetici inediti e aforismi: una selezione di scritti scelti da chi lo ha conosciuto profondamente.
Non manca l’impegno cinematografico con la presentazione di Rumore Dentro, il film dedicato a Piero Pelù. È proprio in occasione della proiezione al Finale Music Festival che abbiamo incontrato Chiara per questa intervista.
Chiara, vorrei partire da una tua citazione molto intensa, contenuta nella prefazione dell’ultimo libro di Giorgio Faletti, dove dici che il personaggio teatrale che lui aveva scritto per te era «esattamente la donna che avresti sognato di diventare».
Cosa aveva la protagonista de L’ultimo giorno di sole — come donna, come forza, come destino — che la Chiara di allora desiderava profondamente? E guardando invece alla Chiara di oggi, cosa senti di aver conquistato che, vivendo nei panni di quella donna, forse non avresti mai avuto?
La protagonista de L’ultimo giorno di sole, lo spettacolo che Faletti ha scritto per me, è in un certo senso un connubio tra ciò che sono io e ciò che era lui. C’è la sua parte più vulnerabile e la mia parte più timida e insicura, che però si trasforma in consapevolezza.
Con Giorgio ci siamo conosciuti e lui ha scritto di questa donna rock. Linda, questo il nome del personeggio che davanti a un’ipotetica fine del mondo decide di non andarsene. Resta ad attendere questa fine cominciando a ripensare a sé stessa, aprendo i cassetti della memoria e rivedendo un po’ tutta la propria vita.
Lo spettacolo è cantato, perché cantare serve a esorcizzare il dolore. Si parla anche dell’attesa, che può essere bellissima ma anche profondamente angosciante.
C’è molto di me in quel personaggio, anche etimologicamente: Chiara e Linda sono entrambe “trasparenti”.
Fino a qualche anno fa ero molto, molto timida. Oggi mi sento più un animale sociale: ho curiosità verso gli altri, voglia di conoscere il mondo e di cercare sempre punti di vista diversi. Prima avevo paura di buttarmi. Le vicende della mia vita mi hanno cambiata.
Giorgio Faletti mi ha fatto buttare. Non elegantemente: mi ha proprio dato un calcio dicendomi «Adesso, con questo spettacolo, entri nel mondo».
Come inizia il tuo percorso artistico?
Mi sono avvicinata al mondo dell’arte molto presto, iniziando a studiare da bambina. Da sempre sono innamorata del teatro.
Del teatro mi ha colpito l’essere veri, ma in diretta: vivi una circostanza immaginaria che però è reale.
Il mio insegnante di recitazione mi disse: «Tu vivi in maniera ancora più vera sul palcoscenico che nella vita».
Nella vita spesso siamo costretti a fingere. Interpretando un personaggio, quindi mascherandoti, in realtà ti metti a nudo e diventi più vera.
C’è un personaggio che ti piacerebbe interpretare?
Una figura maschile.
Mi piacerebbe interpretare un uomo per provare a mettermi davvero nei panni maschili. In fondo credo di essere un uomo mancato: i miei genitori erano convinti di aspettare un bambino e mi hanno chiamato Matteo per nove mesi… poi la sorpresa.
Lavoro molto con il Teatro Regio di Torino come narratrice, soprattutto per le opere dedicate ai ragazzi. Quest’anno mi hanno detto che avrebbero chiamato un attore maschio per interpretare Mozart. Io ho risposto: «Perché? Potrei farlo benissimo anche io».
La prossima sfida è proprio questa: interpretare una figura maschile.
A proposito di figure maschili partiamo da quella importantissima di Giorgio Faletti che è stato uno degli artisti più poliedrici sicuramente del panorama italiano.
Si oserei dire un intellettuale poliedrico perché molti non lo consideravano un intellettuale.
Il nostro è stato un rapporto molto alla pari, ed è questo che mi è piaciuto di lui. Nel momento in cui ha visto un mio spettacolo teatrale mi ha detto: «Voglio che tu sia la mia voce femminile».
Lui era molto attirato dai contrasti, da tutto ciò che apparentemente sembrava luce e in realtà nascondeva il buio. Era uno stacanovista. All’inizio siamo andati a lavorare all’Isola d’Elba: avevamo il mare davanti, ma per una settimana io, lui e sua moglie siamo rimasti chiusi in casa a lavorare.
Era una persona piacevolissima, ma non ha mai cercato di compiacere nessuno. È stato un rapporto molto schietto, molto alla pari, fatto di pianti e di risate, in cui c’è tantissimo di me e tantissimo di lui. Ed è bello quando nell’arte convivono fragilità, forza e ammaccature.
Mi dispiace che oggi in pochi lo apprezzino per quanto meritava anche sotto la veste di cantautore. Quella era la sua vera passione, la sua vera vita: lui avrebbe voluto essere ricordato soprattutto così.
Un’altra figura maschile importante è Piero Pelù.
Piero era prima di tutto un amico strettissimo di mio marito, Massimo Cotto. Hanno scritto libri insieme. Avevano questa capacità insieme di essere goliardici ma anche molto seri quando dovevano lavorare.
Quando ho avuto un gravissimo problema di salute e sono stata in coma, Piero è stato molto vicino a Massimo, tanto da andare a pregare Santa Sarah. E lo è stato anche con me quando Massimo se n’è andato.
Ha una parte molto dolce, attenta alla cura: un lato umano che da un rocker forse non ci si aspetta.
Tra le figure maschili fondamentali non possiamo non citare quella di tuo marito Massimo Cotto. Una persona molto apprezzata da chi lo ha conosciuto.
Manca come l’aria. Dopo 21 anni di vita insieme è difficile dire cosa mi manchi di più: la sua mano, una risata, la colazione insieme, il confronto su ogni cosa. Manca come l’aria che respiro.
Mi diceva sempre: «Se un giorno me ne andrò, vorrei solo non essere dimenticato».
Credo possa essere orgoglioso: è rimasto dentro ogni persona che ha letto una sua frase, ascoltato un suo verso o la sua voce in radio. È rimasto non solo nella pelle, ma nelle ossa.
Quali sono i tuoi progetti futuri?
Il progetto più imminente è il ritorno in scena di Chelsea Hotel, lo spettacolo teatrale che Massimo aveva scritto quindici anni fa. Lo porteremo in tre luoghi del cuore per lui.
La prima data sarà il 17 gennaio ad Asti, al Teatro Alfieri. Le altre due date saranno a maggio.
Trovo sia giusto che le parole di Massimo continuino a scorrere nell’aria.
La citazione:
«Sul palcoscenico mi metto a nudo: lì sono più vera che nella vita».
Intervista di Simone Cerri e Letizia Reynaud











