Il contrabbando delle emozioni: Davide Van De Sfroos si racconta prima del live all’Alpaà

Davide Van De Sfroos
Davide Van De Sfroos_Ph Francesco Consolini

Conto alla rovescia per l’atteso live di Davide Van De Sfroos all’Alpàa di Varallo Sesia.

L’appuntamento è per il 16 luglio quando il palcco di piazza Vittorio Emanuele II ospiterà uno dei cantautori più visionari e coerenti della scena folk-rock italiana.

Abbiamo avuto il piacere di intervistarlo in vista di questo attesissimo appuntamento valligiano, per farci raccontare il senso profondo di un viaggio musicale che continua a sfidare il tempo e le mode, unendo generazioni diverse sotto il segno della memoria e dell’energia.

Davide, l’Alpaà è una manifestazione che unisce profondamente territorio, tradizione e cultura alpina. Tu che hai fatto del racconto del “tuo” territorio (il lago, le valli lombarde) una bandiera, come ti trovi a portare le tue storie tra queste montagne? Vedi delle affinità tra la “tua” gente e quella della Valsesia?

Quando ho deciso di intraprendere questo viaggio con il cosiddetto folk, che poi diventa rock e tante altre cose, avevo davvero a cuore la realtà delle nostre valli e dei nostri paesi. Usare la lingua locale per me significa lasciare intatte determinate radici, fare in modo che continuino a sopravvivere; per me è un atto importante tanto quanto tutelare un museo o un albero secolare. In questi contesti la lingua è ancora viva, la gente fa ancora dei lavori che riguardano la terra. Poter portare in giro questa musica e vedere che viene seguita in modo transgenerazionale ti dà una forza enorme. Ti fa capire che qualcuno questo lavoro lo deve fare, che è necessario. Certo, potrebbe arrivare un giorno in cui tutto questo non interesserà più a nessuno e finirà un’era, ma ora non è così. C’è tanta gente che fa chilometri, ascolta i dischi e si rende conto, proprio come me, di quanto sia fondamentale non perdere questa parte importante di noi stessi.

I concerti dell’Alpaà sono famosi per lo “spirito della piazza”: c’è una grande partecipazione di un pubblico caloroso, in una dimensione di festa popolare. Che effetto ti fa suonare in contesti dove la musica diventa un collante sociale così forte, quasi come le vecchie feste di paese di una volta?

Questi contesti si vivono esattamente come una volta, con la partecipazione autentica di tanta gente e con la convinzione profonda, da parte mia, di cantare delle storie che non cadono nel vuoto. Davanti al palco trovo persone della mia età, persone più anziane, ma anche bambini e figli di chi veniva ai miei primi concerti. Questo cambio della guardia è commovente; ti accorgi del tempo che è passato, ma ti fa anche capire la continuità di quello che fai. Ho incontrato ragazzi che le prime volte erano nella pancia della mamma, poi sulle spalle del papà o dello zio e oggi sono sotto il palco da soli. Significa che questo viaggio sta continuando. Se qualcuno decide di essere presente e di partecipare a questa ritualità, vuol dire che ne sente il bisogno. Finché ci sarà questa risposta, noi cercheremo di continuare a fare il nostro lavoro nel modo più credibile possibile.

I tuoi concerti sono sempre un’altalena tra momenti di pura energia rock/folk, dove la gente salta, e ballate intime che lasciano il pubblico in silenzio. Come hai strutturato la scaletta per questo tour estivo? Dobbiamo aspettarci più energia da “balera rock” o più poesia?

In questo tour stiamo portando un mix di suoni e suggestioni fatti per ricordarci del passato. Sarà comunque la scaletta classica di Davide Van De Sfroos, con la maggior parte delle canzoni che il pubblico si aspetta e vuole sentire, spaziando dai brani più marcatamente rock alle ballate storiche. La cosa bella è che questi pezzi non vengono solo ascoltati, ma cantati da tutti. Questo crea una sensazione bellissima: l’energia che parte dal palco prosegue, arriva tra le persone e torna indietro. Il pubblico diventa, a tutti gli effetti, un pezzo della canzone stessa.

Ancora oggi ci si stupisce di come il dialetto riesca a suonare così incredibilmente rock, folk e universale. Secondo te, qual è il segreto di questa lingua che, anziché dividere o isolare, riesce a radunare migliaia di persone anche sotto un palco piemontese?

Quando abbiamo cominciato, i profeti di sventura erano tantissimi: liquidavano la scelta del dialetto come un sicuro suicidio discografico. Gli ingredienti per smentirli sono stati la credibilità e la voglia di dimostrare che si può ancora scegliere una strada diversa. Magari è una scelta che passa meno in radio, ma quando guardiamo le piazze capiamo di aver fatto centro. Il dialetto ha parole tronche, suoni duri che sembrano fatti apposta per il rock e per questo genere musicale. Chi non lo parla lo percepisce come qualcosa di misterioso e affascinante, un po’ come capitava a noi quando ascoltavamo i Tazenda in sardo o i 99 Posse. Le prime volte magari richiede un piccolo sacrificio di attenzione, ma poi entri nel flusso. Pensiamo a un disco come Crêuza de mä di Fabrizio De André, che ha sdoganato una lingua antica come il genovese: sono esperimenti importanti che hanno lasciato un segno indelebile nella storia della musica. Non si può sempre cedere all’appiattimento generale solo per la paura che qualcosa non funzioni. La mia è stata una scelta forte, radicale, una sorta di chiamata. E oggi, visto come funzionano le cose, posso ritenermi soddisfatto. I ragazzi stessi hanno voglia di riappropriarsi della lingua dei padri per tenerla viva.

Nelle tue canzoni popoli il mondo di contrabbandieri, sognatori, bizzarri personaggi di paese e figure leggendarie. C’è qualche nuovo personaggio, incontrato nei tuoi viaggi recenti o nella tua mente, che non vede l’ora di diventare una canzone?

Questi personaggi nascono di volta in volta, sono lo specchio e la metafora di quello che stiamo vivendo tutti i giorni. Purtroppo ci sono canzoni vecchie che non sono ancora “scadute”, penso a quelle che riguardano la guerra: cantate oggi sono tragicamente sovrapponibili ai telegiornali attuali. Gli outsider, i personaggi al margine, sono quelli che decidono di vivere la propria vita puntando fortemente sul proprio carattere. Tutti i giorni incontri persone capaci di parlarti di qualcosa, che si mostrano per come sono e ti offrono la possibilità di trasformarle in canzoni con una piccola dose di poesia. Anche se devo ammettere che, con gli anni che passano, io stesso divento il personaggio.

Guardandoti indietro, dai tempi dei De Sfroos a oggi, come è cambiato il tuo modo di scrivere? C’è ancora lo stesso spirito da “cronista di strada” o oggi guardi il mondo con più distacco e nostalgia?

Scrivere canzoni a 17 o 18 anni è una cosa, farlo a 61 è la stessa identica cosa ma rapportata a tutto quello che hai vissuto nel frattempo. Oggi affronti le problematiche della gente della tua età e in questo processo ci sono immancabilmente l’autoanalisi e i ricordi. La nostalgia fine a se stessa, quella piagnucolosa, non serve a nessuno; serve invece una sana dose di memoria, un “onore delle armi” ai ricordi che ti hanno formato e che non vanno dimenticati. Viviamo tempi complessi, dove di notte si lavora nei laboratori per trovare delle cure e di giorno si assiste a violenze continue. Le tematiche importanti rimangono la libertà dell’individuo, la vita delle persone, i paesi, le storie di infermiere, reduci… Tutto fa parte della vita e nulla va trascurato.

“Van De Sfroos” significa letteralmente “vanno di contrabbando”. Se oggi dovessi fare questo viaggio in Valsesia e potessi contrabbandare una sola cosa nella tua borsa da regalare al pubblico dell’Alpaà, cosa sceglieresti?

Sicuramente l’emozione. È l’amuleto fondamentale, quello che ci fa sentire ancora vivi e parte di questa cosa chiamata vita. Alla fine, cosa sono io se non un venditore di emozioni? Quando racconto una canzone mi devo emozionare io per primo, sul palco, per capire che quella materia si sta trasformando in qualcosa di vivo. Se io provo qualcosa, anche la gente si troverà di fronte a un evento autentico. Mi auguro di portare a Varallo Sesia quello che ho sempre portato in quelle zone e che è sempre stato accolto con grande calore: storie capaci di accumunare le nostre valli, emozioni e la bellezza di sentirsi vivi attraverso la musica e l’incontro tra le persone.

Intervista a cura di Simone Cerri