“Out Of My Way” di GIUDI E QUANI, un album rock diretto, vero e sincero

Ou Of My Way - Giudi e Quani
di Raffaele Ragusa

I veronesi Giudi e Quani, con il loro secondo album “Out of My Way” in uscita il 19 gennaio, portano in Italia, e perché no, anche all’estero data l’internazionalità della musica che eseguono e dato che cantano in inglese, una ventata di vigore e potenza ricordando, ma mai imitando o scimmiottando, le sonorità di gruppi come i Black Keys, i Kasabian, i Black Rebel Motorcycle Club, il duo inglese dei Royal Blood ed i White Stripes, celebre duo ormai scioltosi composto anch’esso da chitarra e batteria e, se vogliamo continuare con le analogie, da un uomo e una donna proprio come Giudi e Quani: Giuditta Cestari è infatti la batterista-cantante mentre Francesco Quanilli è il chitarrista.

Out Of My Way - Giudi e Quani

In un’epoca in cui, in quasi ogni genere musicale, si ricorre prima o poi ad un campionato accompagnamento ritmico trap o reggaeton (e non uso volutamente la parola inglese che descrive un “accompagnamento ritmico”), Giudi e Quani rimangono invece fedeli all’idea della parola inglese groove, nel loro caso meritatamente utilizzata. E non solo ne rimangono fedeli, ma ci giocano impiegando stacchi ritmici, fill di batteria sapienti, accenti in levare e tempi dispari che non fanno altro che aggiungere energia ad un duo (sì, sono “solo” in due) già portentoso nel suo sound.

 

“Out of My Way” contiene otto brani, tutti brevi perché non serve dilungarsi quando si è così diretti e sono proprio per questo in gran misura veri, sinceri, gettati senza alcuna pietà direttamente in faccia all’ascoltatore che non può rimanere indifferente o fermo con il piede mentre li ascolta.

I riff e gli assoli di chitarra sono spesso travolgenti e gli effetti utilizzati da Quani non fanno sentire affatto la mancanza di altri strumenti grazie alle sue sovraincisioni: a volte un wah tenuto a metà corsa al momento giusto, a volte un aggressivo fuzz, altre volte invece degli arpeggi molto eterei con un suono clean a conferire una dinamica meno feroce.

Fool Yourself, la prima traccia, apre con un diretto e vivido riff vocale su un ritmo shuffle eseguito dalla chitarra distorta in palm muting.

Il fatto che un album, nel 2024, inizi in questo modo, dona speranze.

In “High School Was a Jail”, terzo brano del disco, appaiono chiari anche i loro tributi alle radici del Blues più tradizionale e puro grazie all’introduzione ed al riff eseguiti dalla chitarra con lo slide ed un suono crudo, penetrante e scevro di inutili fronzoli, proprio come la loro musica insomma.

Il quinto brano, “Fear/Love”, offre un saggio anche dell’anima un po’ più funk del duo: il groove alla batteria si sposa alla perfezione con l’accompagnamento della chitarra ed entrambi sostengono molto bene il canto molto ritmico e a tratti sincopato di Giudi.

Nella title track “Out of My Way” si possono forse sentir echeggiare richiami alla Zeppeliniana “Four Sticks”, non solo per l’utilizzo dello stesso metro (5/4 per gli addetti ai lavori) ma anche per alcuni scenari evocati dal testo e l’atmosfera strumentale del brano, quest’ultima riadattata ovviamente ricorrendo a timbri moderni.

Nell’arco della durata del loro disco, Giudi e Quani riescono a dar sfogo anche alla loro parte più “tranquilla”, come nelle strofe di “Princess Prison”, e a quella più battagliera, come nell’ultima canzone “Wrong”.

Infine, in tutte le tracce, i pre-chorus e i ritornelli rimangono sempre e comunque molto cantabili, rendendo questa musica avvicinabile anche da chi, per sua sfortuna e colpa, si isola in generi musicali vuoti di ogni interesse ritmico, armonico e melodico.

Ma quindi esiste musica verace, italiana, in grado di attrarre giovani, suonata da giovani, eseguita in tutta la sua interezza da esseri umani e senza artifici? Pare di sì, e va assolutamente ascoltata e condivisa.