“Il rock di padre in figli*”, intervista all’autore: MASSIMO COTTO

Il rock di padre in figli Massimo Cotto
ph. Silvia Nironi

Massimo Cotto, con “Il rock di padre in figli*” risponde, attraverso un libro, alla domanda postagli da suo figlio sedicenne: “Papà, che cos’è il rock?”. Lui, che il rock lo ha raccontato in mille modi e lo ha vissuto in modi altrettanto svariati, non aveva ancora fatto una cosa: raccontare a suo figlio la sua storia, la sua vita e la storia di tanti altri rockettari.

E’ finalmente giunto il momento giusto per farlo.

 

Il rock di padre in figli - Massimo Cotto
Rock è non curarti di quello che fanno gli altri. Rock è andare avanti per la tua strada e non accettare compromessi. Rock è vincere anche quando tutti pensano che tu stia perdendo. Rock è la vita è mia e decido io cosa farne.
Massimo, a tuo figlio, da piccolo, raccontavi le prime storie che non erano legate al rock ma a Carlottina. Chi è questa Carlottina?

Carlottina è un pupazzettino giallo. Mio figlio voleva che io gli raccontassi delle favole ma io non volevo raccontare le favole tradizionali, ed era troppo piccolo per raccontargli quelle storie che poi l’avrebbero affascinato qualche anno dopo. Tipo la storia di Robert Johnson che vende l’anima al diavolo: i bambini hanno molta paura della morte quindi la esorcizzano facendosi raccontare delle storie di morte.

Carlottina era semplicemente un personaggio che è diventato il protagonista di avventure sempre diverse. Questo è quello che io speravo. Poi mi sono reso conto invece, alla seconda volta, già alla seconda sera, prima di dormire, che, mentre gli adulti vogliono che racconti loro sempre delle storie diverse, i bambini vogliono che tu racconti sempre la stessa storia. Io non me la ricordavo perché l’avevo inventata il giorno prima, ma era un modo come un altro per essere libero, per improvvisare, per far volare la fantasia che è quello che, se vogliamo, ha fatto il rock per tanti anni.

Arrivando ad un momento cruciale, racconti a tuo figlio di quando sei stato in Costa d’Avorio. C’è questa frase che a me colpisce tanto e dice: “L’uomo diventa saggio quando capisce il tempo”, non quello meteorologico, ma il tempo che passa. Parlare del passato e raccontare storie significa “magia”. Quando tu arrivi a questa consapevolezza del tempo, sei un anziano. Quando racconti tu le storie, diventano magia: sei un anziano anche tu, in altre parole?

Si, lo sono anche purtroppo dal punto di vista anagrafico ormai. Però io sono sempre stato affascinato dalla potenza del racconto. Intanto, di tutte le espressioni artistiche, la musica è certamente quella più immediata. Ha sempre avuto questo potere enorme, cioè quello di raccontare delle storie. Ma in assoluto io credo che la forza della parola, quando è avvolgente, quando ti coinvolge, quando ti fa entrare, cioè penso ad André Breton, il padre del surrealismo, lui usava sempre un’espressione bellissima, lui parlava del ‘declic’, cioè del momento esatto quando tu smetti di essere un lettore del libro ed entri nel libro. Smetti di guardare il film ed entri nel film. Ecco, io spero, con le mie storie, di far diventare tutti dei personaggi della storia che racconto, non dei semplici uditori.

E, per dialogare con gli anziani, ci sono quelli chiamati “gli uomini di mezzo” che fanno da tramite. Rapportandoci alla società attuale, secondo te, chi sono gli uomini di mezzo e chi invece gli anziani?

Con gli anziani non potevi comunicare direttamente perché eri impuro ai loro occhi. Noi provenivamo dal mondo occidentale e loro hanno tutti i loro riti, per cui gli uomini di mezzo sono dei tramiti, dei veicoli che ti permettono di entrare in comunità, in contatto con quello che è la più alta figura in ordine gerarchico del villaggio. Oggi sarei tentato di dire che gli uomini di mezzo sono quelli che fanno televisione e quelli che sono sui social, perché sono quelli che hanno il potere in mano e che ti mettono in contatto con le parti artisticamente più rilevanti. E questo, purtroppo, non ha per me un valore positivo.

Io mi diverto molto con i social, mi diverto con Instagram, non ho nessuna intenzione di schifare quello che sono i talent o di avere un atteggiamento da snob nei confronti della musica in televisione, però inevitabilmente sono costretto a fare dei paragoni e rispetto al passato, beh, sicuramente non è il momento migliore né per il rock, né per la musica.

Ora voglio estrapolare un’altra frase da “Il rock di padre in figli*” che mi è piaciuta molto: “Le parole sono cattedrali che possono diventare musica anche senza strumenti. Non c’è niente di più bello di una storia da raccontare”. Come vorresti che vivesse la musica, tuo figlio, raccontandola come te o suonandola?

L’errore più grande che puoi fare è pensare che tuo figlio si debba comportare come ti comporti tu, per cui io, fin da piccolo, l’unica cosa che gli ho sempre ricordato è che deve cercare di essere felice. Poi, se vuoi essere felice facendo un lavoro o un altro, rimanendo dentro la musica con un ruolo o un altro, per me cambia poco. Per ora sta andando tutto bene, perché si sveglia allegro e va a dormire allegro, e quindi è il massimo della vita, come tu sai benissimo.

Mi piacerebbe che lui coltivasse sogni e fantasia, che non si lasciasse imprigionare soltanto da quello che è il percorso normale della vita. Oggi io credo che si sogni con un po’ più di difficoltà rispetto a quello che accadeva con quelli della mia generazione, o meglio, i sogni mi sembrano un po’ più confusi mentre i nostri erano molto più a portata di mano. Magari non li afferravi subito, ma quando li vedevi sapevi subito quello che volevi fare nella vita.

Analizziamo quello che è l’attuale momento storico, per i giovani, per come vogliono e possono vivere la musica ma anche la storia in generale. Partire dalle radici, dalla storia e conoscere il passato vale per qualsiasi cosa: per la musica, perché noi vogliamo vivere e raccontare quello, ma anche per la storia. E c’è questo problema di fondo: la nuova generazione, non tutti per fortuna, tende a non volere conoscere il passato. Infatti tu, in una parte del libro, dici: mi è capitato più volte, nel mio percorso artistico, di incontrare aspiranti cantanti, giovani che vogliono fare rock e partono dall’idea che le parole non sono importanti. Questi ragazzi affermano: “Per me conta l’impatto della musica e non le parole, le parole non hanno un valore”. Credi che questa sia la ragione del fatto che il rock non sia più mainstream e non c’è più una cultura rock, perché la musica che parla ai giovani non è più il rock, ma è un’altra?

Sai, è complicato riuscire a capire le ragioni che hanno fatto sì che il rock oggi non sia più il primo elemento che scegli per riuscire ad esprimere il tuo malessere, sia quando lo ascolti sia quando lo fai. Di certo, se tu studi la storia del rock, entri immediatamente a conoscenza del fatto che le parole sono state fondamentali, si sono depositate nella memoria collettiva. E’ grazie alla parole che, insomma, abbiamo fatto le rivoluzioni ed il rock è riuscito a fare milioni di cose.

Te ne dico soltanto una: è stato un acceleratore per la liberazione di Nelson Mandela, oppure ha sensibilizzato l’opinione pubblica sui vari problemi come la fame nel mondo, o qualsiasi altra cosa. E’ vero quello che dici tu, cioè che oggi tutti tendono a vedere l’impatto del suono e non invece il contenuto delle parole e questo fa sì che oggi non ci siano gli eredi dei vari David Bowie, Lou Reed, non ci siano i nuovi Stones, non ci siano i nuovi Led Zeppelin, perché è cambiato il mondo ed è cambiato anche il modo di concepire la musica.

Restando su questo argomento, ed uscendo un attimo dal tuo libro, Mick Jagger ha dichiarato che i Maneskin sono la più grande rock band in circolazione. Tu cosa ne pensi?

I Maneskin, è chiaro che se tu li paragoni ai Led Zeppelin oppure agli Stones non c’è confronto, non c’è paragone. Sono una via italiana al rock, oppure una via dei Maneskin al rock. Possono piacere o non piacere, quello che io non riesco a capire è l’accanimento che c’è da parte di noi italiani nei confronti di un gruppo che comunque porta il nome dell’Italia in giro per il mondo.

Dicono che sia un’operazione di marketing, in parte è vero, ma un’operazione di marketing non fa il tutto esaurito in tutto il mondo, non arriva a duettare con Iggy Pop o ad aprire per gli Stones, a fare il tutto esaurito a Coachella che è uno dei festival più importanti del mondo, a vincere tutti gli awards quindi, se non ci fidiamo nemmeno di Mick Jagger quando dice una cosa del genere – forse Mick Jagger esagera un po’ – però ripeto, siamo un popolo strano: per anni aspettiamo che arrivi un gruppo rock a spaccare tutto, poi arriva e siccome siamo invidiosi del successo degli altri cerchiamo di buttarli giù dal piedistallo.

Esatto, lo pensavo anch’io. Diciamo che mi fermavo sulla parola “in circolazione” perché forse in circolazione non c’è tanto di meglio, ma questo non toglie ciò che loro hanno fatto. A me personalmente piacciono.

Guarda, il caso dei Maneskin è unico al mondo, non credo sia replicabile, perché arrivano da due festival che non hanno niente a che vedere con il rock che sono il festival di Sanremo e Eurovision. Arrivavano prima, è vero, da X Factor, io li ho visti per la prima volta sul palco mentre aprivano agli Imagine Dragons sotto al diluvio universale a Milano agli I-Days, e hanno continuato a suonare per cinquanta minuti come se niente fosse, con grande dignità e grande bravura.

Credo anche che “Torna a casa”, quella che tutti noi chiamiamo “Marlena”, sia una bella canzone che, se fosse stata scritta da un cantautore, avremmo gridato al miracolo e invece l’hanno scritta loro e tutti li critichiamo, è un accanimento così assurdo da suonare ridicolo. Poi, ripeto, se devo scegliere un disco nella vita, da ascoltare, non ascolto i Maneskin, ma questo non significa niente: piacciono e quindi, siccome piacciono, per quale motivo non essere felici del successo di questi ragazzi che magari a volte esagerano e mettono la forma davanti al contenuto, però che comunque fanno il loro lavoro.

C’è un’altra citazione di un grandissimo rocker, questo la storia l’ha già fatta, io ti dico la citazione, vediamo se sei preparato: “Il rock ti dà l’idea che tutti ce la possano fare”. Chi l’ha detto?

Non me lo ricordo, se l’ho scritto io faccio una figura…

No, no, l’ha detto Vasco Rossi. Poi non so se l’ha detto lui di suo o l’ha copiato.

E’ una bella sintesi. In realtà, tutti noi sappiamo che non è così, ma il rock ha questo potere enorme, è quello che non divide le persone in serie A e serie B. Quando Dave Grohl è stato nostro rock ambassador a Virgin Radio, ha detto una cosa bellissima. Ha detto: “Il mio nome è Dave Grohl e suono in una band chiamata Foo Fighters. Quando vedete il poster di una rock band, non pensate mai ‘Io non sarò come loro’ ma pensate ‘Io sarò il prossimo’ a finire su quel poster”. In questo sono d’accordo con Vasco e con Dave Grohl.

E quindi, dai, ce la faremo tutti, come diceva proprio Vasco a Modena Park. Senti, rientriamo nel tuo libro. Sfogliando le prime pagine, troviamo un QR code per visualizzare su YouTube e Spotify la “playlist dell’isola deserta”. Un po’ come Jack Black in “School of rock” che insegna la musica dicendo ‘Prima di tutto partite da una playlist, ascoltate’. Insomma, questa è una novità, è una cosa bellissima. I brani che hai messo si possono ascoltare a prescindere dal libro o si trovano solo scannerizzando il QR code del libro?

E’ chiaro che, se tu sai i titoli, li puoi andare ad ascoltare su Spotify, su YouTube o dove vuoi. Il mio libro non voleva essere un libro da boomer, non voleva essere un libro nostalgico perché sono tutto fuorché nostalgico della vita, quindi, se questo è il modo più veloce per arrivare ai ragazzi attraverso la musica, benissimo, lo portiamo avanti senza nessun problema.

Il concetto dell’isola deserta è sempre molto ondivago, nel senso che se tu mi chiedi oggi i 10 dischi che porterei sull’isola deserta, io te li dico ma, se poi me li richiedi domani, te ne dico altri 8, nel senso che 8 cambiano e 2 rimangono, perché, anche questa è la bellezza della musica e dell’arte, a seconda del tuo stato d’animo e del tuo umore, tu scegli una cosa oppure ne scegli un’altra. Per cui quei brani lì in quell’ordine lì, li trovi solo sul libro ma naturalmente, se uno vuole cercare, stimolato dalla curiosità, i brani più belli, lo può fare. Ci sono dentro i classici del rock ma anche brani poco conosciuti, quelli ad esempio di Tim Buckley come “Song to the siren”, che secondo me sono dei capolavori anche se hanno venduto pochissime copie.

E allora andiamo sull’isola deserta di Massimo Cotto a scoprire la sua playlist! Qual è il target del tuo libro? Lo hai immaginato più per i figli che non hanno genitori capaci di raccontare il rock, oppure per i genitori che prima lo devono leggere per poi saper raccontare il rock ai figli?

Tu pensa alle favole. Le favole possono essere lette ai bambini ma possono essere apprezzate anche dagli adulti. Questo è un libro dove gli adolescenti possono capire quello che il rock ha rappresentato a livello collettivo e a livello individuale, ma al tempo stesso può servire a tutti gli adulti perché è una specie di piccolo riassunto di tutto quello che è successo in questi settant’anni e quindi contemporaneamente noi possiamo vedere la strada che ha fatto il rock ma anche la strada che abbiamo fatto noi.

Ma tuo figlio il libro l’ha letto?

Si, si, l’ha letto ed è stato costretto a leggerlo su carta perché volevo che sentisse il profumo, l’odore del libro, non su iPad, ed è l’unica richiesta che ho fatto. Ovviamente ha detto che gli è piaciuto molto, poi non so se è stato sincero o se lo fa solamente per farmi felice!

E hai notato un cambiamento dopo la lettura del libro, cioè lo vive diversamente adesso il rock? Prima lo conosceva già?

Si, lo conosceva. Quello che credo lo abbia colpito di più è l’aver saputo un po’ meglio quello che è successo, non voglio dire in una mitica età dell’oro, ma nel passato, perché lui mi ripete sempre: “Papà, quanto mi sarebbe piaciuto vivere le cose che hai vissuto tu”. Oggi è tutto più complicato perché c’è una forza mitopoietica molto più bassa in tutte le cose della vita. Una volta le cose potevano succedere, adesso succedono con maggiore difficoltà.

Poi è bello perché penso che, attraverso questo libro, tuo figlio abbia potuto conoscere tantissimi aneddoti legati alla tua, di storia.

Si, ha imparato un sacco di cose su suo padre perché, sai, in casa non è che si parli di quello che faccio io o che fa mia moglie Chiara perché, insomma, è inutile parlarci addosso. In nessuna maniera voglio essere un genitore ingombrante o condizionare anche inconsapevolmente quelle che sono le scelte di mio figlio. Quindi ho provato a raccontare pochissimo, ma anche lui dice: “No, ma papà, hai fatto questo?”, “No, ma davvero?” E’ stato molto tenero, molto divertente.

Che bello! Si, divertente anche l’inizio, quando appunto tu racconti questa cosa che avete cercato entrambi, tu e Chiara, la mamma, di non essere ingombranti col vostro lavoro, tanto che la prima volta che a scuola gli chiesero che cosa tu facessi di lavoro, lui ha risposto “Parla alla radio!”

Pensa che la prima volta, quando gli hanno chiesto ‘Che lavoro fa tuo padre?’, anche se la maestra mi conosceva benissimo, lui non è stato capace di rispondere perché, sai, per lui sembra tutto naturale, vedere suo padre e sua madre sul palco, lui non lo interpretava come un lavoro, era una roba quotidiana! E quindi, poi, quando è stato costretto a razionalizzare, alla fine ha capito che quello che facciamo, pur essendo meravigliosamente bello, però comporta fatica. Quello che io cerco sempre di spiegare a mio figlio é: “Qualsiasi cosa tu voglia fare, sappi che non si arriva mai così ma si arriva sempre come conseguenza di un lavoro duro e metodico, fatto di grande applicazione.”

Bellissimo. Insomma, “Il rock di padre in figli*” è proprio la bibbia del genitore che vuole raccontare il rock ai figli, dei ragazzi giovani che vogliono scoprire qualcosa di più sulla storia del rock, ma anche un viaggio all’interno del tuo passato. A questo punto, non posso non domandartelo visto che la domanda scomoda ci deve stare: manca poco a Sanremo 2024. Cosa ne pensi?

Guarda, dal punto di vista dello show televisivo, è tutto perfetto: ci sono i nomi che possono piacere a chi ama la musica, ai giovani, è un misto di vecchie glorie e di nomi assolutamente sconosciuti al pubblico sanremese ma invece molto conosciuti a chi frequenta i social. Come sempre, il successo di Sanremo viene determinato da molti fattori, e il fattore principale inizia per C e finisce per …ulo. Io ho lavorato a delle edizioni bellissime, dirette da Pippo Baudo, che non sono andate bene pur essendo spettacolari, e altre sulle quali invece non avrei scommesso una lira dopo la prima serata ma che invece sono andate benissimo.

Intervista a cura di Letizia Reynaud 

Uscito a novembre 2023 e giunto alla terza ristampa, “Il rock di padre in figli*” sarà presentato un’ultima volta il 9 febbraio a Sanremo.

👉Il libro in versione Kindle e con copertina flessibile.

All’interno del libro due QR code per visualizzare su YouTube e su Spotify la speciale “playlist dell’isola deserta” creata da Massimo Cotto con i brani indispensabili per scoprire e imparare ad amare il mondo della musica.

About Massimo Cotto 🤘

Massimo Cotto, nato ad Asti nel 1962, è autore di 73 libri, giornalista professionista, esperto di musica, DJ radiofonico, autore televisivo e teatrale, presentatore e direttore artistico di numerosi festival e rassegne.

Oggi è una delle voci più note di Virgin Radio, dove ogni mattina conduce il programma Rock & Talk. In passato ha parlato ai microfoni di Radio Rai (con cui ha collaborato per oltre vent’anni e dove è stato per quattro anni responsabile artistico di Radio Uno), Radio 24 e Radio Capital. Ha collaborato con diversi quotidiani e scritto per le principali riviste italiane e internazionali, tra cui l’americana Billboard e la tedesca Howl!. Nel 2010 è stato tra gli autori del Festival di Sanremo.

Dal 2017 al 2019 ha presieduto la giuria del Primo Maggio di Roma. Per diversi anni è stato alla guida di Sanremolab e Area Sanremo. Dal 2021 è Ufficiale della Repubblica Italiana per la sua attività “sempre caratterizzata da una particolare attenzione al sociale”. Negli ultimi anni è stato interprete di diversi spettacoli teatrali, tra cui “Chelsea Hotel”, “Rock Bazar” e “Decamerock”. Per Gallucci editore ha pubblicato “Il Re della Memoria”, vincitore del Premio Selezione Bancarella 2023.